Alpi Apuane

“Sono le Alpi Apuane quella prestigiosa catena montuosa, asperrima nelle sua parte mediana per gli squarci delle cave e per le sue balze verticali, che incuneata fra gli Appennini ne ha ripudiato il nome, per assumere quello che maggiormente caratterizza il suo aspetto e lo imparenta agli altri settori della Catena Alpina che hanno la stessa origine geologica e la medesima costituzione litologica.

Con questa solennità la prefazione al vol. Alpi Apuane della serie Guida ai Monti d’Italia, CAI/TCI, Milano 1958, introduce l’argomento. Facendo eco ai toni ancora più elevati di Emanuele Repetti, storico, geologo e geografo di Carrara, che oltre un secolo prima scriveva nel Dizionario fisico storico della Toscana, Firenze 1833:

“Da essi monti si diramano varî contrafforti, che portano sui loro ciglioni acute prominenze ed una criniera dentellata e discoscesa tanto, che un uomo che non abbia le ali di Dedalo o di Gerione difficilmente può su quelle balze passeggiare. Essendo che simili creste, dove solo allignano piante alpine e annidiano aquile, sono fiancheggiate da profondi burroni pietrosi di color grigio, i quali si succedono gli uni appresso gli altri in direzione quasi uniforme, in guisa che visti dall’alto offrono all’immagine la figura di un mare tempestoso istantaneamente pietrificato.”

Ma non è solo questa, aspra e rocciosa, la natura delle Apuane: esse presentano una grande varietà di flora grazie alla combinazione di diversi fattori, ovvero le caratteristiche geografiche che le vedono innalzarsi a pochi chilometri dal mare fin quasi a 2000 metri, la conseguente diversità climatica e la natura geologica dei rilievi montuosi. Essi infatti sono formati da un vasto e solido nucleo sedimentario-metamorfico di calcare assai puro, cristallino in gran parte della sua estensione, su cui gli eventi geologici hanno fatto scorrere un manto di scisti e altre rocce silicee. Se ci allontaniamo dalle loro creste aeree, balze e ciglioni si ammorbidiscono facendo da splendido fondale al Golfo della Spezia. E il versante marino, pur profondamente scavato dagli agenti meteorici e dal lavoro delle cave di marmo, ha nella sua parte più bassa una copertura vegetale di tipo mediterraneo, felce, erica, leccio, mirto e corbezzolo, in cui la mano dell’uomo ha inserito la vite e l’olivo. Oltre i 600 metri, il terreno da calcareo si fa più siliceo, favorendo la diffusione del pino marittimo; l’uomo ha piantato o favorito il castagno in tutti i terreni leggermente acidi adatti alla pianta per ricavare castagne e legname. Il versante interno delle Apuane scende assi più dolcemente al solco longitudinale che lo separa dall’Appennino, valli dell’Aulella e del Serchio. Le pendici sono ricoperte da querceto-carpineti e cerreto-carpineti, largamente sostituiti dall’uomo con castagneti. Salendo ancora in alto, superati i 1000 metri, è il faggio che domina, più sul lato interno che su quello marino, marmoreo e costellato di cave e detriti. La catena principale origina da modeste colline a oriente di Sarzana e decorre da Ovest a Est fino al monte Cavallo (m. 1889), comprendendo i monti Borla (m. 1469), Sagro (m. 1749), Grondilice (m. 1805) e Contrario (m. 1789). Dal Cavallo lo spartiacque ha un andamento più sinuoso, formando dapprima un ampio arco SE-Sud-SO, che comprende Tambura (m. 1890), Alto di Sella (m. 1723), Sella (m. 1739), Macina (m. 1560) e Altissimo (m.1589), poi proseguendo in direzione ONO-ESE con Corchia (m. 1677) e Pania della Croce (m. 1859), e ancora verso SSE col caratteristico monte Forato (m. 1223), il Nona (m. 1300), il Matanna (m. 1317) e il Prano (m. 1220). Oltre il Prano (e siamo già nell’entroterra d Viareggio), un’altra serie di colline che digradano nella Pianura Pisana. Buona parte delle cime di interesse alpinistico sono sullo spartiacque, altre discoste da esso come addirittura la più alta che è il Pisanino (m. 1946), la Pania Secca (m. 1711), il cilindro di calcare del Procinto (m. 1177) e il Croce (m. 1314) che nella seconda metà di maggio si copre di giunchiglie. I fiori sono infatti un’altra nota dominante del paesaggio apuano: dalla Peonia alla Sassifraga, oltre 70 taxa di orchidee, endemismi come la Centaurea Montis Borlae

I Liguri-Apuani furono i primi ad abitare la regione che da loro prende il nome. I loro primi insediamenti risalgono al VI secolo a.C., quando si stanziarono in un territorio tra i dintorni di Pisa e le montagne. Verso il IV secolo a.C., la graduale espansione degli Etruschi, accompagnata da quella dei Romani, costrinse i Liguri-Apuani a ritirarsi sulle montagne della Garfagnana e ad opporsi ai Romani: Durum in armis genus li chiama Tito Livio. E ancora Emanuele Repetti (ibidem):

“Era sul dorso della Pania, fra i precipizî e le profonde gole di quei laberinti posti fra la Garfagnana e la Lunigiana, era là più che altrove l’impeditissimo varco, dove la più fiera razza dei Liguri ebbe frequenti occasioni di bravare i valorosi soldati di un popolo, cui non seppe resistere né la superba Cartagine, né l’orgoglioso Filippo, né i popolosi eserciti di Antioco, né le terribili orde dei Galli; talmenteché Roma risolvette di assediare quella gente nei loro inaccessibili recessi per forzarla a darsi prigioniera, onde traslocarla tutta in più remota ed aperta contrada.”

Di fondazione romana è Luni, città che per qualche secolo dette il nome alle montagne e al marmo che se ne cominciò a estrarre; città cinta di mura bianche di marmo come la vide Rutilio Namaziano all’inizio del V secolo d.C., e ancora così imponente all’inizio del IX secolo da essere scambiata (e saccheggiata) per Roma dai Vichinghi. Poi la decadenza, l’emergere dei Malaspina di Lunigiana che ospiteranno Dante: Dante che nella Commedia cita l’indovino lunense Aronte,

“che ne’ monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di sotto alberga ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e ‘l mar no li era la veduta tronca.”

E la rinascita dell’attività estrattiva, Michelangelo più volte a Carrara e sulle Apuane a scegliere i marmi per le sue sculture…marmi che poi useranno Giambologna, Bernini, Canova, Bartolini, Tenerani…

Testi e foto a cura del Prof. Giancarlo Tassinari

Si ringrazia anche il Dott. Luigi Vignale per il contributo fotografico

Galleria fotografica

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